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domingo, 8 de mayo de 2016

Perdendo la strada di casa


Era una giornata di fine giugno, e Luigino come spesso succedeva in quel periodo andava al mare con la sua mamma, ed il suo cagnolone Napoleone.
Faceva già molto caldo e dalle prime ore della mattina il sole picchiava forte. Luigino era già pronto con il suo costume da bagno, il secchiello con gli attrezzi ed un piccolo canotto. Sua mamma intanto era ancora impegnata nelle faccende domestiche. Nell’attesa il bambino uscì in giardino per preparare Napoleone, gli portò un po' di cibo e si assicurò che l’acqua non fosse troppo calda.
Napoleone é un San Bernardo, é molto grande, ma anche molto buono. Per lui l’estate é un po' problematica, perché a causa del suo pelo folto soffre molto il caldo. 
La sua cuccia nel giardino si trova in una zona d’ombra, e Luigino deve sempre controllare la temperatura dell’acqua, perché con il caldo si scalda troppo, ed il cagnolone non può berla.


Dopo poco tempo tutti erano pronti, caricarono il necessario in macchina e si diressero verso la spiaggia. Luigino aveva appena finito l’asilo e si preparava per il primo anno di scuola, anche se al momento pensava unicamente al mare e alle sue vacanze. 

Essendo una giornata lavorativa, la spiaggia non era piena, la mamma di Luigino sistemò l’ombrellone e tutto il necessario, mentre il bambino andò in acqua. Poco dopo furono raggiunti da delle amiche della sua mamma.

Dopo essersi bagnato più volte e aver fatto dei castelli di sabbia, Luigino chiese il permesso alla mamma per poter fare una passeggiata. Lei acconsentì, ma si preoccupò di dirgli che doveva essere accompagnato da Napoleone. Nonostante stesse dormendo, al sentire il richiamo del suo padroncino il San Bernardo si preparò alla passeggiata. Napoleone é un cane pigro, però ama molto passeggera, specie sulla spiaggia. I due camminarono a lungo sul bagno asciuga, guardando i bambini giocare, e il cane si divertiva a far spaventare i piccioni che si poggiavano sulla spiaggia.



Luigino non si era reso conto, ma erano passate già molte ore, questo gli succede spesso quando sta con il suo cane. Perde la cognizione del tempo. Si guardò alle spalle e si rese conto che si erano allontanati troppo. Cominciò a spaventarsi, pensando a sua madre che sicuramente lo stava cercando, e probabilmente lo avrebbe sgridato per averla fatta tanto preoccupare. Si guardava a destra e a sinistra, cercando la strada per il ritorno, e cominciò a capire di essersi perso. Gli entrò un senso di paura e cominciò a piangere. Napoleone capì che il bambino era molto preoccupato e cercò di consolarlo leccandoli la faccia. Mentre il piccolo era fermo, il cane prese una direzione, si voltò verso il padroncino e abbaiò per attirare l’attenzione. Napoleone sapeva molto bene quale fosse la strada per il ritorno.

Luigino seguì il suo cane, ma in quella zona non c’erano persone per poter chiedere l’indicazione, anche perché il cielo si stava rannuvolando e sembrava che potesse piovere da un momento all’altro.

Il bambino continuava a seguire il suo cane, e continuava a piangere per la paura di essersi perso. Ad ogni passo singhiozzava spaventato. In lontananza finalmente videro un pescatore, che probabilmente aveva aspettato che il cielo si rannuvolasse, per poter pescare più pesci. La spiaggia d’estate é sempre affollata di gente, e quindi i pesci difficilmente si avvicinano alla riva. Mentre con il cielo così grigio, i pesci nuotavano più tranquilli, e lui poteva pescarli più facilmente.

Quando raggiunsero il pescatore, Luigino chiede informazioni per poter tornare. Il signore fu molto gentile, gli indicò la strada, proprio quella che stava segnando Napoleone, e disse dispiaciuto al bambino, che non aveva con se il cellulare e che quindi non poteva avvisare la sua mamma.

Quando ricominciarono a seguire la strada del ritorno, cominciò a piovere, inizialmente erano piccole gocce, ma poco a poco aumentarono le dimensioni e la frequenza con cui cadevano. Luigino era triste pensando che sua mamma sicuramente si sarà preoccupata molto, e si sarà messa alla sua ricerca. E poi pensava che sicuramente si starà bagnando molto, con questa pioggia forte.

La spiaggia intanto era sempre più deserta, in lontananza si vedevano i ristoranti che chiudevano le loro finestre per non far entrare acqua, e il bambino ed il suo cane erano zuppi di acqua. Fra l’altro la sabbia così bagnata diventava più pesante, e il piccolo si stava stancando molto. Napoleone sapeva che il suo padroncino era già molto stanco, ma era importante ritornare velocemente, così cercò di convincere il piccolo a continuare a camminare.

La sera era già scesa, e mancava poco alle 9, mentre i due non avevano ancora fatto ritorno. In lontananza si poteva vedere molta gente vicino a una macchina della polizia. Luigino aveva capito che li c’era la sua mamma, che preoccupata aveva chiesto aiuto a dei poliziotti. Dun tratto si sentì un signore chiamare a Luigino, lui non lo conosceva, ma aveva capito che si trattava di un poliziotto. Così si avvicinò, ed il poliziotto dopo essersi accertato che fosse davvero il bambino che stavano cercando lo accompagnò dalla madre.

Finalmente il piccolo ed il suo cane arrivarono dalla mamma, che era spaventosissima. Dopo essersi tranquillizzato Luigino raccontò l’accaduto e di come Napoleone lo avesse aiutato a ritrovare la strada corretta.



I poliziotti si congratularono con Napoleone, e proposero a Luigino di far diventare Napoleone un cane poliziotto, perché loro hanno sempre bisogno di cani che gli possano aiutare.

Luigino pensò un pò, poi gli disse : “Napoleone é un cane che ama dormire, non si vuole stancare, ed é molto pigro. Mi ha aiutato perché ci siamo persi, ma lui vuole stare tranquillo, non vuole essere partecipe di azioni di polizia”.

Il poliziotto si mise a ridere e capì che Napoleone voleva stare con il suo padroncino, e non correre dietro a dei ladri, come fanno i cani poliziotti.


Fotografie di : Elena Shumilova







lunes, 2 de mayo de 2016

Il lupo del bosco


C'era un bambino, che ogni sabato pomeriggio attraversava il bosco per
andare a trovare i nonni che vivevano in campagna.
Lui  viveva  in  una  città molto grande, dove c'erano tanti palazzi e
tante  macchina,  e  non  poteva  giocare in giardino, come invece gli
piaceva.

La  casa  dei  nonni  invece era in campagna, c'era un giardino con un
prato grandissimo, molti animali e li il tempo era sempre bello.

Quando  era  più  piccolo  lo  accompagnava  sempre il suo papà, e gli
faceva passare il fine settimana con i nonni. Poi diventato più grande
cominció  ad  andare da solo. Tutti gli avevano detto di stare attento
durante il tragitto, di non fermarsi e di fare attenzioni agli animali
nel bosco.

Tutte le volte che attraversava il bosco, aveva paura di incontrare il
lupo,  che  si diceva che vivesse li. Lui aveva paura dei lupi, sa che
possono  essere  pericolosi, quindi tutte le volte si guardava intorno
per non incontrarlo.

Un  sabato  pomeriggio  uscì  di casa, con il suo zainetto, con dentro
tutto quello di cui aveva bisogno per il fine settimana. La mamma come
sempre si era raccomandata di avvisarla una volta che sarebbe arrivato
dai  nonni.  Il tragitto non era lungo, ma prima di uscire chiamava la
nonna,  e una volta arrivato a destinazione doveva telefonare alla sua
mamma.

Come  sempre  il  piccolo  fece  molta  attenzione  lungo il tragitto.
Sentiva  il  ciunguettio  degli  uccelli,  e  di tanto in tanto vedeva
qualche gatto dormire a bordo della strada. Quella volta però sentì un
rumore  strano, e si preoccupò. Di colpo si trovó davanti il lupo. Era
tutto grigio, e grande come un cane di grandi dimenzioni, aveva paura,
voleva scappare, ma non riusciva a muoversi.



"Ciao Bambino"

Disse  il lupo, però il bambino rimase fermo, aveva paura, poi il lupo
disse.

"Ma perché hai paura di me? Non ti ho mai fatto niente"

ed il bambino disse :

"Mi hanno detto che tu sei cattivo e mangi i bambini"

Il lupo era meravigliato e un pò dispiaciuto.

"Io  non  mangio  i bambini, a me piacerebbe avere degli amici, ma qui
tutti  pensano  che  io  sia cattivo e non si avvicinano, e sono quasi
sempre  solo  in  questo  bosco,  e  se  devo  dirti  io  ho paura dei
cacciatori, che so che vogliono farmi del male".

"Io  non  sono  un  cacciatore,  nel  mio  zainetto ho il pigiama e lo
spazzolino dei denti, non ho il fucile come i cacciatori".

"Hai visto, che allora non dobbiamo avere pauro l'uno dell'altro?"

"Che vuoi dire?" disse il bambino.

"Voglio  dire  che  tu  hai  paura di me perché dicono che mi mangio i
bambini, io ho paura di te perché penso che sei un cacciatore"

"Ma io non sono un cacciatore" insistì il bambino.

"E io non mi mangio i bambini" replicó il lupo.

"Vogliamo diventare amici?" Propose il bambino



"Certo,  mi  piacerebbe  molto.  Voglio fare un accordo con te" poi il
lupo continuó. "Io ti accompagno lungo tutto il tragitto, così nessuno
ti  darà  fastidio, e non dovrai preoccuparti degli animali del bosco,
tu invece mi porti un panino, e mi racconti di cosa fai".

I due si accordarono, e divennero amici.

Quando  il  bambino  arrivò  a  casa,  la nonna era un pò preoccupata,
perché aveva tardato più del solito, ma contenta perché lo aveva visto
arrivare,  sano  e salvo. Il piccolo gli raccontò dell'accaduto, ma la
nonna  si spaventò. Gli disse di fare attenzione al lupo, e non sapeva
se  era  un  invenzione  del  bambino  o  qualcosa  che fosse successa
davvero.

La  settimana  successiva quando la nonna vide il piccolo arrivare con
il suo amico lupo, si tranquillizzò e capì che il lupo non era cattivo
come  si  diceva,  così  decise  che  il  lupo poteva rimanere nel suo
giardino con tutti gli altri animali.

Il  lupo  ne  fu  molto  contento,  aveva  cibo tutti i giorni, e fece
amicizia  con  gli altri animali, e poi il sabato andava a prendere il
suo piccolo amico accompagnandolo per tutto il tragitto.


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sábado, 19 de marzo de 2016

Il prete Ubriaco [ITA]



Don Pepe, era parroco di un piccolo paese in riva al mare, che durante l’estate vede triplicare la sua popolazione con l’arrivo di turisti da tutta Europa. Il parroco era molto conosciuto in paese, non solo per la mansione che svolgeva per la società, ma anche perché, spesso e volentieri beveva qualche bicchiere di troppo. Principalmente vino, un po’ di birra e qualche liquore. Lui stesso diceva che il lavoro del prete è l’unico che ti costringe a bere alcol durante le ore di servizio.

Don Pepe però era anche molto attento ai giovani del quartiere che gli erano stati affidati. Non si trattava di una zona ad alto tasso di criminalità, ma le poche distrazioni offerte gli annoiavano e spesso venivano attratti da interessi, non molto salutari.

Ai ragazzi, il parroco piaceva molto, per i più piccoli era l’allenatore della squadra di calcio maschile e di pallavolo femminile, classici esempi dello spirito olimpico, dove l’importante é partecipare. La vittoria era, per lo più un opzione poco considerata. I più grandi invece lo ammiravano perché vedevano in lui una persona pronta ad aiutarli in modo amichevole, con consigli da fratello maggiore, senza essere accompagnati da giudizi maligni.

Don Pepe, era anche un appassionato d’arte, in casa aveva il quadro Cristo di San Juan de la Cruz di Dalì, e Authumn Rhythm (number 30) di Pollock. Ovviamente riproduzioni effettuate dalla copisteria del paese. L’altra sua grande passione è la musica, fra i suoi preferiti ci sono gruppi come Nirvana, Clash e Red Hot Chili Peppers. Anche se non disdegnava un po’ di Hip Hop, principalmente Old School. Spesso, al tramonto, lo si poteva vedere passeggiare sul lungo mare, con i suoi auricolari posti, in cerca di un po’ di relax.
Sicuramente si tratta di un personaggio esuberante, ed un po’ strano.

Molti ragazzi amavano andare da lui a confessarsi, non perché fossero particolarmente religiosi, ma per ascoltare i suoi preziosi consigli, ed aiuti per superare le piccole e grandi difficoltà quotidiane. Queste confessioni terminavano sempre con la sua tipica frase:

“Se non è troppa fatica, dì almeno un Ave Maria”.

Molti erano i ragazzini che chiedevano a lui, consigli sentimentali. Don Pepe non aveva una grande esperienza diretta in ambito di donne, ma a livello indiretto, poteva far invidia ai più grandi Playboy. Ascoltava tutte le confessioni di donne e ragazze, che in lui vedevano un amico con cui confidarsi, quindi a tutti i ragazzini insegnava “La regola dell’amico”, ben descritta dalla canzone degli 883.
Mai essere troppo amico di una donna; va bene che lei si confidi, va anche bene esserle di aiuto, ma mai diventare il confidente, il suo “muro del pianto”. Altrimenti con lei non succederà mai nulla, perché ogni donna direbbe di “non rovinare questa splendida amicizia”. Per questo consigliava di mostrarsi un uomo protettivo, ma mai il miglior amico.

Don Pepe aveva unito numerose coppie, non tanto in matrimonio, quanto come tramite ed aiuto affinché i due si potessero avvicinare. Una via di mezzo fra un Angelo protettore, ed un moderno Cupido. 


Le sue prediche erano memorabili, molti sostenevano che bevesse grandi bicchieri già della domenica mattina, o forse la necessità di sintesi, e di chiarezza lo faceva cadere in terribili gaffe.

Una volta durante la predica disse che la Madonna, una ragazzina di quindici anni, senza marito, né fidanzato ufficiale, quando si ritrovò incinta, provocò un gran parlare da parte della gente del tempo, non troppo diversa da quella attuale. Per cui il povero Giuseppe, sempre secondo la sua versione, si sentì costretto a sposarla, nonostante fosse molto più vecchio di lei.

Un'altra volta, cercando di spiegare la ragione del perché Dio non esaudisca tutte le nostre preghiere, comparò Gesù a un distributore di Coca Cola, affermando che non basta mettere la monetina, ovvero la preghiera, per ottenere in cambio una lattina; il nostro desiderio.

Nessuno sa se la ragione di queste prediche fosse dovuta davvero all’alcol, ciò che era certo è che la chiesa era piena di gente, che usciva dalla messa molto divertita. Per molti Don Pepe era più un intrattenitore, che un vero e proprio prete. Quando però era necessario, il parroco sapeva essere molto pungente. In particolare per mettere in guardia i fedeli dalle bugie comode, o dai troppi giudizi, tipici dei piccoli centri.

Rimanendo in tema di pettegolezzi, da qualche tempo, in paese girava voce che il parroco avesse messo in cinta una ragazza sulla ventina. Inizialmente sembrava un piccolo pettegolezzo, poi questa voce passando di bocca in bocca diventò sempre più grande ed insistente.

La ragazza in questione, non era una gran frequentatrice della parrocchia, e da tempo non aveva un fidanzato. Apparteneva ad una delle famiglie più conosciute della zona. Il padre fu sindaco del paese, oltre che un professionista molto conosciuto, la madre invece ha sempre passato la sua vita crescendo i figli e accudendo la casa. Tutt’ora non si chi mise in giro questa voce, si vocifera di un innamorato respinto, o forse la diretta interessata, che però non confermava, né smentiva. Soprattutto però non si sapeva se fosse la verità, o un maligno pettegolezzo, dividendo gli abitanti fra accusatori e avvocati difensori. 


Con il continuo circolare della voce, la famiglia della ragazza, convinta da alcune anziane signore del paese, chiese appuntamento dal Vescovo, per discutere la questione. Don Pepe, cercò di incontrare la ragazza ed i suoi famigliari, ma non gli fu mai permesso, così la domenica pomeriggio, con la Chiesa stracolma si ascoltò la sua accurata e pungente predica:

“A mio malgrado, mi trovo costretto ad affrontare davanti a tutti voi, un tema che mi ha coinvolto personalmente. Senza volerlo, sono finito oggetto di alcune voci, che fintanto che siano semplici pettegolezzi messi in giro da gente annoiata, non mi preoccupavano particolarmente. Purtroppo però la questione è diventata piuttosto seria, e decisamente infamante.
Non sono qui per accusare nessuno, né per difendermi, questo lo farò nelle sedi appropriate. Non posso venir meno alla mia funzione quindi, vi metterò in guardia. A tutti voi.
Non giudicate, e non sarete giudicati.
Ricordate queste parole? Non sono quelle di un parroco di un paesino, ma furono dette da Colui che tutti voi, me compreso, consideriamo il figlio di Dio. Altrimenti non avrebbe senso essere qui adesso.
E’ molto facile, esprimere un giudizio, per sentito dire, senza conoscere la questione reale, dimenticandoci che dietro questi fatti ci siano persone.
Non fermatevi all’apparenza delle cose, mai. Cercate sempre la verità, che spesso è nascosta, ma che prima o poi verrà sempre fuori.
Allo stesso tempo, non costruite castelli sopra le menzogne. Non dureranno. Cadrà il Castello e vi investirà, marchiandovi come falsi e bugiardi. E dopo sarà davvero difficile riconquistare la fiducia del prossimo.

La verità, per quanto costi ammetterla, è l’unica soluzione. Tutti possiamo sbagliare, nessuno di noi è perfetto, e quindi commettiamo degli errori. Ammettiamoli, prima a noi stessi, poi agli altri, ci dimostreremo persone intelligenti e mature. E fra l’altro impareremo dai nostri errori, senza lasciarli passare come se nulla fosse.
Nostro Signore ci ha dato un’intelligenza, e soprattutto una grande libertà;
Il Libero Arbitro.

Ci ha permesso di scegliere, di comportarci 
secondo i nostri desideri. La libertà però richiede una certa maturità. Perché se ciò che scegliamo non è corretto, saremmo costretti a pagarne le conseguenze, con gli altri, con noi stessi, e soprattutto con la nostra coscienza. Scegliete, se dovete, sbagliate pure, ma imparate da questi errori, in modo da potervi evolvere. In modo che domani non dovrete rivivere la stessa esperienza, perché non avrete imparato.

E soprattutto, non nascondetevi dietro la religione, dietro un Dio che è solo la voce delle vostre mancanze. Non considerate gli altri peccatori, dicendo che questa convinzione viene dalla vostra fede. Non è la fede che ve lo chiede, siete voi che vi nascondete dietro un Dio creato ad hoc. Una barriera per le vostre insicurezze. Non diventate integralisti. Accettate che gli altri possono avere idee, o prendere scelte diverse dalle vostre. Se siete convinti che qualcuno stia sbagliando, cercate di faglielo capire, ma non imponete nulla. Nessuno di noi è Dio, nessuno di noi può appropriarsi di qualcosa che non è suo. Se gli altri sbagliano, metteteli in guardia, avvisateli, ma non interferite, altrimenti non impareranno.

Questo si chiama amore, e senza la libertà, l’amore non esiste. E’ futile possessione, è paragonare il prossimo ad un oggetto di nostra proprietà.

Ricordatevi che tutto il bene che voi fate, vi tornerà indietro in egual misura, forse non dalla stessa persona, forse non per la stessa questione, ma tornerà. Allo stesso modo il male, tornerà indietro, in egual misura.
A voi la scelta.

Per non tradirmi, vi consiglio di conservare queste parole e pensateci, sempre secondo la vostra libertà. E chissà, forse oggi vi sarete resi conto che l’ubriaco non è questo prete, ma molti di voi, che hanno perso la direzione, e questa può essere un’opportunità per correggerla.”
Dopo queste parole, la gente uscì dalla Chiesa con una strana sensazione. Chi era pronto a ricevere queste parole, prendendole a spunto per un esame di coscienza, chi invece si barricò dietro le sue fragilità, per trovare nuove accuse contro il parroco da poter presentare al Vescovo.

Le autorità ecclesiastiche non trovarono prove sulla paternità di Don Pepe, e tutte le accuse su suo conto di dimostrarono infondate, però decisero comunque di mandarlo in un monastero, ufficialmente per riflettere, più concretamente per appianare i pettegolezzi su suo conto.

Dopo qualche mese, la ragazza diede alla luce un bellissimo bambino, che si scoprì essere figlio, non di Don Pepe, ma di un professore del liceo. La relazione fra i due andava avanti da molto tempo, ed essendo lui sposato, con figli la tenne nascosta, fino a che l’evidenza non potesse essere più negata. Fra l’altro, questo professore fu sempre uno dei più accaniti critici nei confronti del parroco. Quando tutto fu chiarito, e la verità fu pubblica, le persone che avevano alimentato il pettegolezzo, si diressero verso nuovi bersagli.
Intanto Don Pepe fu trasferito in un piccolo centro di montagna, dove tornò ad occuparsi di giovani, e dei suoi fedeli, e non abbandonò mai un bicchiere di vino all’ora di andare a dormire. 

Da "Leggende Urbane". 

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miércoles, 9 de marzo de 2016

10 - [ITA]




Ancora una volta. Ancora una volta ero li, li davanti ad un pallone da calcio, ciò che è sempre stato la mia vita. Ancora una volta la sorte aveva voluto che fossi io a decidere una partita. Dai miei piedi passava la vittoria o la sconfitta, la gioia o la delusione, la speranza dei miei compagni di squadra e la maledizione dei miei avversari; ed ancora una volta indossavo la mia maglietta con il numero dieci sulla spalla.

Il numero dei grandi, il numero di Maradona, di Pelé, Zidane, Baggio, il numero dei fantasisti, e dei leader. Dei giocatori che tutti si aspettano che risolvano le partite, il numero che ti fa diventare un idolo, ma allo stesso tempo, il numero che più pesa indossarlo. 


Sin da quando ero bambino portavo questo numero, quando si giocava per strada con gli amici, ed il calcio era solamente un gioco. Ricordo ancora che avevo una maglietta bianca, del Real Madrid, regalo del nonno per il mio compleanno. Mi sentivo libero correndo dietro ad un pallone, e tutti mi dicevano che ero il più bravo.
Al tempo non c’era nessuna pressione, non c’era la tv con i giornalisti, non c’erano i tifosi, c’era solo un campo di asfalto, e la sola preoccupazione era che il pallone non si bloccasse sotto una marmitta, o fermarci quando passavano le macchine.



Ricordo quando i miei genitori mi iscrissero alla scuola calcio. Ero felice perché per me era come se mi avesse comprato una grande squadra, e finalmente avevo dei compagni ed un allenatore.
Il primo giorno mi accompagnò mio nonno, e ricordo che l’allenatore mi chiese in che ruolo volessi giocare. Non sapevo che rispondere, a me importava solo correre, e tirare calci ad un pallone. Per la strada ci sono solo i portieri ed i giocatori, così rispose mio nonno, che con tono orgoglioso disse:

“Questo è un dieci!”

Non avevo idea di che significasse, e una volta finito l’allenamento lo domandai a lui.

“Figlio mio, un dieci è colui che sa già cosa accadrà sul campo, e colui che crea il gioco, quello che fa segnare ai compagni i gol facili, perché segna lui quelli difficili. Non è né un attaccante, né un centrocampista, si muove nel limbo della creazione, perché è colui che trasforma un gioco volgare, dove si usano i piedi, in poesia. Un giorno ti porterò a veder giocare un dieci”.

La notte del 22 giugno 1986, mi trovavo con tutta la mia famiglia davanti alla tv, per vedere la partita dei mondiali del Messico; Argentina – Inghilterra. Questa partita si gioco pochi anni dopo la guerra fra i due paesi, e gli argentini avevano fame di vendetta. Ovviamente io ero solo un bambino, non mi importava nulla di questo, volevo vedere solamente una partita di calcio, e ciò che vidi fu davvero “tutto il calcio”.

La partita fu molto dura, e gli inglesi avevano paura di Maradona, nella seconda parte accadde quello che oggi tutti ricordano come “La mano de Dios”. Maradona, il numero dieci dell’Argentina segnò un gol con la mano, senza che quasi nessuno se ne rendesse conto, poi nell’esultare alzò al cielo quella stessa mano, quasi come una provocazione. Nel calcio, a meno che tu non sia portiere, toccare il pallone con la mano è un delitto capitale, qualcosa di imperdonabile. Per quella mano però non fu così, quella mano fu astuzia, genio, poesia, la mano di Dio. Anche perché dopo pochi minuti, quasi come chiedendo perdono, lo stesso numero dieci segnò il gol più bello di sempre.

Prese la palla a centro campo, percorrendolo interamente, e saltano ogni inglese che incontrò sulla sua strada, ed ultimo il portiere. In campo c’era solo lui, tutti gli altri sembravano comparse. Questo gol lo realizzò toccando undici volte la palla, undici come il numero dei giocatori che compongono una squadra.
Quella notte, fu la prima volta che vidi giocare un numero dieci. Da quel momento decisi che volevo essere come Maradona. Cominciai a sognare che un giorno, anche io avrei fatto qualcosa di indimenticabile, accarezzando il pallone, come se fossi un angelo.

Gli anni passarono, e cominciai a capire che il calcio cominciava ad essere per me qualcosa di più serio, e una sera di ottobre divenne il mio lavoro, quando giocai la mia prima partita di serie A. Non giocavo più per la strada, ma in uno stadio e la gente pagava per vedermi giocare. I primi anni lottai molto per ottenere una maglietta da titolare, poi cominciarono ad arrivare le prime partite con la nazionale. Giocai in tutte le under, fino ad essere titolare nella nazionale dei grandi. La gente mi chiamava, mi fermava per chiedermi un autografo, dicendomi di segnare o di vincere la prossima partita.



Tutto ciò non mi cambio la vita, ovviamente avevo molti soldi, fidanzate bellissime, però in campo rimaneva tutto uguale. Mi divertivo, però una notte quando sbagliai il rigore che impedì alla mia squadra di arrivare in finale, per me cambiò tutto.

Tutti furono comprensivi, aiutandomi e dicendomi che senza i miei gol, non saremmo mai arrivati così in alto. Però mi sentivo male, mi sentivo colpevole, tanto che dopo aver sbagliato nascosi la mia faccia sotto la maglietta, con il numero dieci.

Tutti questi ricordi mi giravano per la testa, quando mi trovai ancora li, per un altro rigore. Questi pensieri mi bloccavano le gambe, guardavo il portiere che mi sembrava un gigante, e la porta sempre più piccola. Vedevo i tifosi avversari che mi insultavano ed intimidivano, cercavo di decidere dove avrei tirato, e sentivo che il portiere mi leggeva nel pensiero.

Mi sentivo immobile, morto, in attesa del castigo e della sconfitta. Poi chiusi gli occhi, e mi ricordai di una vecchia canzone di De Gregori, che diceva:

“Nino non aver paura, ti tirare un calcio di rigore, non è da questi particolari che si giudica un giocatore, un giocatore lo vedi dal coraggio, dall’altruismo, dalla fantasia”.

Questa canzone me la fece ascoltare mio nonno, qualche giorno prima di morire. Sapeva che stavo male quando sbagliai quel maledetto rigore. Lui era malato da molto tempo, però mi disse che vide tutta la partita, e che giocai benissimo, che ero ispirato, e che lui fu molto orgoglioso di me.

“Tu hai fatto tutto ciò che dovevi fare, trascinando la tua squadra, che già da tempo era troppo stanca, e senza le tue giocate la partita sarebbe già terminata da tempo. Vedi, non è un rigore quello che dà il valore di un giocatore, è il modo di giocare, e tu giocasti con genialità, eleganza e poesia, devi essere orgoglioso, e sappilo che io lo sono di te, sia come calciatore, sia come uomo”.

Queste fu il mio ultimo ricordo, poi apì gli occhi, e più tranquillamente fissai il portiere, e subito dopo ascoltai il fischio dell’arbitro, cominciai a correre. Ero leggero, come se il mio numero dieci fosse una coppia di ali di angelo. Mi fermai un istante e tirai mettendo la palla alla destra del portiere.

Quella notte, mio nonno mi vide giocare come un numero dieci! 

Estratto da "Leggende Metropolitane"