lunes, 2 de mayo de 2016

Il lupo del bosco


C'era un bambino, che ogni sabato pomeriggio attraversava il bosco per
andare a trovare i nonni che vivevano in campagna.
Lui  viveva  in  una  città molto grande, dove c'erano tanti palazzi e
tante  macchina,  e  non  poteva  giocare in giardino, come invece gli
piaceva.

La  casa  dei  nonni  invece era in campagna, c'era un giardino con un
prato grandissimo, molti animali e li il tempo era sempre bello.

Quando  era  più  piccolo  lo  accompagnava  sempre il suo papà, e gli
faceva passare il fine settimana con i nonni. Poi diventato più grande
cominció  ad  andare da solo. Tutti gli avevano detto di stare attento
durante il tragitto, di non fermarsi e di fare attenzioni agli animali
nel bosco.

Tutte le volte che attraversava il bosco, aveva paura di incontrare il
lupo,  che  si diceva che vivesse li. Lui aveva paura dei lupi, sa che
possono  essere  pericolosi, quindi tutte le volte si guardava intorno
per non incontrarlo.

Un  sabato  pomeriggio  uscì  di casa, con il suo zainetto, con dentro
tutto quello di cui aveva bisogno per il fine settimana. La mamma come
sempre si era raccomandata di avvisarla una volta che sarebbe arrivato
dai  nonni.  Il tragitto non era lungo, ma prima di uscire chiamava la
nonna,  e una volta arrivato a destinazione doveva telefonare alla sua
mamma.

Come  sempre  il  piccolo  fece  molta  attenzione  lungo il tragitto.
Sentiva  il  ciunguettio  degli  uccelli,  e  di tanto in tanto vedeva
qualche gatto dormire a bordo della strada. Quella volta però sentì un
rumore  strano, e si preoccupò. Di colpo si trovó davanti il lupo. Era
tutto grigio, e grande come un cane di grandi dimenzioni, aveva paura,
voleva scappare, ma non riusciva a muoversi.



"Ciao Bambino"

Disse  il lupo, però il bambino rimase fermo, aveva paura, poi il lupo
disse.

"Ma perché hai paura di me? Non ti ho mai fatto niente"

ed il bambino disse :

"Mi hanno detto che tu sei cattivo e mangi i bambini"

Il lupo era meravigliato e un pò dispiaciuto.

"Io  non  mangio  i bambini, a me piacerebbe avere degli amici, ma qui
tutti  pensano  che  io  sia cattivo e non si avvicinano, e sono quasi
sempre  solo  in  questo  bosco,  e  se  devo  dirti  io  ho paura dei
cacciatori, che so che vogliono farmi del male".

"Io  non  sono  un  cacciatore,  nel  mio  zainetto ho il pigiama e lo
spazzolino dei denti, non ho il fucile come i cacciatori".

"Hai visto, che allora non dobbiamo avere pauro l'uno dell'altro?"

"Che vuoi dire?" disse il bambino.

"Voglio  dire  che  tu  hai  paura di me perché dicono che mi mangio i
bambini, io ho paura di te perché penso che sei un cacciatore"

"Ma io non sono un cacciatore" insistì il bambino.

"E io non mi mangio i bambini" replicó il lupo.

"Vogliamo diventare amici?" Propose il bambino



"Certo,  mi  piacerebbe  molto.  Voglio fare un accordo con te" poi il
lupo continuó. "Io ti accompagno lungo tutto il tragitto, così nessuno
ti  darà  fastidio, e non dovrai preoccuparti degli animali del bosco,
tu invece mi porti un panino, e mi racconti di cosa fai".

I due si accordarono, e divennero amici.

Quando  il  bambino  arrivò  a  casa,  la nonna era un pò preoccupata,
perché aveva tardato più del solito, ma contenta perché lo aveva visto
arrivare,  sano  e salvo. Il piccolo gli raccontò dell'accaduto, ma la
nonna  si spaventò. Gli disse di fare attenzione al lupo, e non sapeva
se  era  un  invenzione  del  bambino  o  qualcosa  che fosse successa
davvero.

La  settimana  successiva quando la nonna vide il piccolo arrivare con
il suo amico lupo, si tranquillizzò e capì che il lupo non era cattivo
come  si  diceva,  così  decise  che  il  lupo poteva rimanere nel suo
giardino con tutti gli altri animali.

Il  lupo  ne  fu  molto  contento,  aveva  cibo tutti i giorni, e fece
amicizia  con  gli altri animali, e poi il sabato andava a prendere il
suo piccolo amico accompagnandolo per tutto il tragitto.


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viernes, 15 de abril de 2016

La búsqueda de seguidores en el Facebook.



Cuando se gestiona una pagina facebook, en manera profesional muchas veces se piensa que el valor de la empresa lo indican los seguidores de la pagina Facebook, ó Twitter.
Esto no es cierto.
Los social media tienen una función muy importante, pero no indican el valor que tiene una empresa, un ejemplo muy sencillo. Una empresa que no tiene contacto con el publico, los proveedores de alguien, no necesitan muchos seguidores, y pues no necesitan social media. 

Facebook, sirve para construir la reputación de la empresa. Para costruir la idea que los consumidores tienen de ella. Entonces lo mas importantes es tener seguidores realmente interesados. 

Pocos amigos pero buenos? En teoria si.

Una empresa que actúa una buena estrategia de social marketing, no piensa a cuantos post publicar, si no a “porqué” publicarlo. Es algo que realmente pueda interesar a mis potencial clientes? Es una información importante? Tiene que hacer con mi negocio, ó puede ser interesante para lo que es mi target? Entonces es algo que hay que publicarlo.

El punto de interés entonces no son tanto los seguidores de mi pagina, si no mi target. Mi cliente y mi potencial clientes.


Ademas hay que tener en cuenta un otro aspecto, no todos los seguidores de mi pagina son mis clientes, ni tampoco todos mi clientes siguen mi pagina. Por esto los social media construyen la imagine de la empresa, su estilo, lo que la gente puede pensar de ella. 

sábado, 26 de marzo de 2016

Omenaje a Alda Merini


Y luego lo hacis el amor, no el sexo, sólo el amor.
Y con esto me refiero a los lentos besos en los labios, el cuello, el estómago, la espalda, las mordiscos en los labios, las manos juntas y los ojos en los ojos. 
Me refiero a los abrazos tan fuerte como para convertirse en uno, cuerpos y almas atrapadas que chocan, 
ropa quitada como los miedos, 
besos en las debilidades, en los signos de una vida que hasta entonces había sido un poco equivocada. Me refiero a los dedos en los cuerpos, crear constelaciones, la inhalación de perfumes, corazones latiendo juntos, que respiran que a la misma velocidad, y luego sonríen, sinceros después de un tiempo que no eran más.
Entonces haceis el amor sin verguenza, porque el amor es arte, y vosotros, obras divinas ....
(Alda Merini)

sábado, 19 de marzo de 2016

Il prete Ubriaco [ITA]



Don Pepe, era parroco di un piccolo paese in riva al mare, che durante l’estate vede triplicare la sua popolazione con l’arrivo di turisti da tutta Europa. Il parroco era molto conosciuto in paese, non solo per la mansione che svolgeva per la società, ma anche perché, spesso e volentieri beveva qualche bicchiere di troppo. Principalmente vino, un po’ di birra e qualche liquore. Lui stesso diceva che il lavoro del prete è l’unico che ti costringe a bere alcol durante le ore di servizio.

Don Pepe però era anche molto attento ai giovani del quartiere che gli erano stati affidati. Non si trattava di una zona ad alto tasso di criminalità, ma le poche distrazioni offerte gli annoiavano e spesso venivano attratti da interessi, non molto salutari.

Ai ragazzi, il parroco piaceva molto, per i più piccoli era l’allenatore della squadra di calcio maschile e di pallavolo femminile, classici esempi dello spirito olimpico, dove l’importante é partecipare. La vittoria era, per lo più un opzione poco considerata. I più grandi invece lo ammiravano perché vedevano in lui una persona pronta ad aiutarli in modo amichevole, con consigli da fratello maggiore, senza essere accompagnati da giudizi maligni.

Don Pepe, era anche un appassionato d’arte, in casa aveva il quadro Cristo di San Juan de la Cruz di Dalì, e Authumn Rhythm (number 30) di Pollock. Ovviamente riproduzioni effettuate dalla copisteria del paese. L’altra sua grande passione è la musica, fra i suoi preferiti ci sono gruppi come Nirvana, Clash e Red Hot Chili Peppers. Anche se non disdegnava un po’ di Hip Hop, principalmente Old School. Spesso, al tramonto, lo si poteva vedere passeggiare sul lungo mare, con i suoi auricolari posti, in cerca di un po’ di relax.
Sicuramente si tratta di un personaggio esuberante, ed un po’ strano.

Molti ragazzi amavano andare da lui a confessarsi, non perché fossero particolarmente religiosi, ma per ascoltare i suoi preziosi consigli, ed aiuti per superare le piccole e grandi difficoltà quotidiane. Queste confessioni terminavano sempre con la sua tipica frase:

“Se non è troppa fatica, dì almeno un Ave Maria”.

Molti erano i ragazzini che chiedevano a lui, consigli sentimentali. Don Pepe non aveva una grande esperienza diretta in ambito di donne, ma a livello indiretto, poteva far invidia ai più grandi Playboy. Ascoltava tutte le confessioni di donne e ragazze, che in lui vedevano un amico con cui confidarsi, quindi a tutti i ragazzini insegnava “La regola dell’amico”, ben descritta dalla canzone degli 883.
Mai essere troppo amico di una donna; va bene che lei si confidi, va anche bene esserle di aiuto, ma mai diventare il confidente, il suo “muro del pianto”. Altrimenti con lei non succederà mai nulla, perché ogni donna direbbe di “non rovinare questa splendida amicizia”. Per questo consigliava di mostrarsi un uomo protettivo, ma mai il miglior amico.

Don Pepe aveva unito numerose coppie, non tanto in matrimonio, quanto come tramite ed aiuto affinché i due si potessero avvicinare. Una via di mezzo fra un Angelo protettore, ed un moderno Cupido. 


Le sue prediche erano memorabili, molti sostenevano che bevesse grandi bicchieri già della domenica mattina, o forse la necessità di sintesi, e di chiarezza lo faceva cadere in terribili gaffe.

Una volta durante la predica disse che la Madonna, una ragazzina di quindici anni, senza marito, né fidanzato ufficiale, quando si ritrovò incinta, provocò un gran parlare da parte della gente del tempo, non troppo diversa da quella attuale. Per cui il povero Giuseppe, sempre secondo la sua versione, si sentì costretto a sposarla, nonostante fosse molto più vecchio di lei.

Un'altra volta, cercando di spiegare la ragione del perché Dio non esaudisca tutte le nostre preghiere, comparò Gesù a un distributore di Coca Cola, affermando che non basta mettere la monetina, ovvero la preghiera, per ottenere in cambio una lattina; il nostro desiderio.

Nessuno sa se la ragione di queste prediche fosse dovuta davvero all’alcol, ciò che era certo è che la chiesa era piena di gente, che usciva dalla messa molto divertita. Per molti Don Pepe era più un intrattenitore, che un vero e proprio prete. Quando però era necessario, il parroco sapeva essere molto pungente. In particolare per mettere in guardia i fedeli dalle bugie comode, o dai troppi giudizi, tipici dei piccoli centri.

Rimanendo in tema di pettegolezzi, da qualche tempo, in paese girava voce che il parroco avesse messo in cinta una ragazza sulla ventina. Inizialmente sembrava un piccolo pettegolezzo, poi questa voce passando di bocca in bocca diventò sempre più grande ed insistente.

La ragazza in questione, non era una gran frequentatrice della parrocchia, e da tempo non aveva un fidanzato. Apparteneva ad una delle famiglie più conosciute della zona. Il padre fu sindaco del paese, oltre che un professionista molto conosciuto, la madre invece ha sempre passato la sua vita crescendo i figli e accudendo la casa. Tutt’ora non si chi mise in giro questa voce, si vocifera di un innamorato respinto, o forse la diretta interessata, che però non confermava, né smentiva. Soprattutto però non si sapeva se fosse la verità, o un maligno pettegolezzo, dividendo gli abitanti fra accusatori e avvocati difensori. 


Con il continuo circolare della voce, la famiglia della ragazza, convinta da alcune anziane signore del paese, chiese appuntamento dal Vescovo, per discutere la questione. Don Pepe, cercò di incontrare la ragazza ed i suoi famigliari, ma non gli fu mai permesso, così la domenica pomeriggio, con la Chiesa stracolma si ascoltò la sua accurata e pungente predica:

“A mio malgrado, mi trovo costretto ad affrontare davanti a tutti voi, un tema che mi ha coinvolto personalmente. Senza volerlo, sono finito oggetto di alcune voci, che fintanto che siano semplici pettegolezzi messi in giro da gente annoiata, non mi preoccupavano particolarmente. Purtroppo però la questione è diventata piuttosto seria, e decisamente infamante.
Non sono qui per accusare nessuno, né per difendermi, questo lo farò nelle sedi appropriate. Non posso venir meno alla mia funzione quindi, vi metterò in guardia. A tutti voi.
Non giudicate, e non sarete giudicati.
Ricordate queste parole? Non sono quelle di un parroco di un paesino, ma furono dette da Colui che tutti voi, me compreso, consideriamo il figlio di Dio. Altrimenti non avrebbe senso essere qui adesso.
E’ molto facile, esprimere un giudizio, per sentito dire, senza conoscere la questione reale, dimenticandoci che dietro questi fatti ci siano persone.
Non fermatevi all’apparenza delle cose, mai. Cercate sempre la verità, che spesso è nascosta, ma che prima o poi verrà sempre fuori.
Allo stesso tempo, non costruite castelli sopra le menzogne. Non dureranno. Cadrà il Castello e vi investirà, marchiandovi come falsi e bugiardi. E dopo sarà davvero difficile riconquistare la fiducia del prossimo.

La verità, per quanto costi ammetterla, è l’unica soluzione. Tutti possiamo sbagliare, nessuno di noi è perfetto, e quindi commettiamo degli errori. Ammettiamoli, prima a noi stessi, poi agli altri, ci dimostreremo persone intelligenti e mature. E fra l’altro impareremo dai nostri errori, senza lasciarli passare come se nulla fosse.
Nostro Signore ci ha dato un’intelligenza, e soprattutto una grande libertà;
Il Libero Arbitro.

Ci ha permesso di scegliere, di comportarci 
secondo i nostri desideri. La libertà però richiede una certa maturità. Perché se ciò che scegliamo non è corretto, saremmo costretti a pagarne le conseguenze, con gli altri, con noi stessi, e soprattutto con la nostra coscienza. Scegliete, se dovete, sbagliate pure, ma imparate da questi errori, in modo da potervi evolvere. In modo che domani non dovrete rivivere la stessa esperienza, perché non avrete imparato.

E soprattutto, non nascondetevi dietro la religione, dietro un Dio che è solo la voce delle vostre mancanze. Non considerate gli altri peccatori, dicendo che questa convinzione viene dalla vostra fede. Non è la fede che ve lo chiede, siete voi che vi nascondete dietro un Dio creato ad hoc. Una barriera per le vostre insicurezze. Non diventate integralisti. Accettate che gli altri possono avere idee, o prendere scelte diverse dalle vostre. Se siete convinti che qualcuno stia sbagliando, cercate di faglielo capire, ma non imponete nulla. Nessuno di noi è Dio, nessuno di noi può appropriarsi di qualcosa che non è suo. Se gli altri sbagliano, metteteli in guardia, avvisateli, ma non interferite, altrimenti non impareranno.

Questo si chiama amore, e senza la libertà, l’amore non esiste. E’ futile possessione, è paragonare il prossimo ad un oggetto di nostra proprietà.

Ricordatevi che tutto il bene che voi fate, vi tornerà indietro in egual misura, forse non dalla stessa persona, forse non per la stessa questione, ma tornerà. Allo stesso modo il male, tornerà indietro, in egual misura.
A voi la scelta.

Per non tradirmi, vi consiglio di conservare queste parole e pensateci, sempre secondo la vostra libertà. E chissà, forse oggi vi sarete resi conto che l’ubriaco non è questo prete, ma molti di voi, che hanno perso la direzione, e questa può essere un’opportunità per correggerla.”
Dopo queste parole, la gente uscì dalla Chiesa con una strana sensazione. Chi era pronto a ricevere queste parole, prendendole a spunto per un esame di coscienza, chi invece si barricò dietro le sue fragilità, per trovare nuove accuse contro il parroco da poter presentare al Vescovo.

Le autorità ecclesiastiche non trovarono prove sulla paternità di Don Pepe, e tutte le accuse su suo conto di dimostrarono infondate, però decisero comunque di mandarlo in un monastero, ufficialmente per riflettere, più concretamente per appianare i pettegolezzi su suo conto.

Dopo qualche mese, la ragazza diede alla luce un bellissimo bambino, che si scoprì essere figlio, non di Don Pepe, ma di un professore del liceo. La relazione fra i due andava avanti da molto tempo, ed essendo lui sposato, con figli la tenne nascosta, fino a che l’evidenza non potesse essere più negata. Fra l’altro, questo professore fu sempre uno dei più accaniti critici nei confronti del parroco. Quando tutto fu chiarito, e la verità fu pubblica, le persone che avevano alimentato il pettegolezzo, si diressero verso nuovi bersagli.
Intanto Don Pepe fu trasferito in un piccolo centro di montagna, dove tornò ad occuparsi di giovani, e dei suoi fedeli, e non abbandonò mai un bicchiere di vino all’ora di andare a dormire. 

Da "Leggende Urbane". 

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miércoles, 9 de marzo de 2016

10 - [ITA]




Ancora una volta. Ancora una volta ero li, li davanti ad un pallone da calcio, ciò che è sempre stato la mia vita. Ancora una volta la sorte aveva voluto che fossi io a decidere una partita. Dai miei piedi passava la vittoria o la sconfitta, la gioia o la delusione, la speranza dei miei compagni di squadra e la maledizione dei miei avversari; ed ancora una volta indossavo la mia maglietta con il numero dieci sulla spalla.

Il numero dei grandi, il numero di Maradona, di Pelé, Zidane, Baggio, il numero dei fantasisti, e dei leader. Dei giocatori che tutti si aspettano che risolvano le partite, il numero che ti fa diventare un idolo, ma allo stesso tempo, il numero che più pesa indossarlo. 


Sin da quando ero bambino portavo questo numero, quando si giocava per strada con gli amici, ed il calcio era solamente un gioco. Ricordo ancora che avevo una maglietta bianca, del Real Madrid, regalo del nonno per il mio compleanno. Mi sentivo libero correndo dietro ad un pallone, e tutti mi dicevano che ero il più bravo.
Al tempo non c’era nessuna pressione, non c’era la tv con i giornalisti, non c’erano i tifosi, c’era solo un campo di asfalto, e la sola preoccupazione era che il pallone non si bloccasse sotto una marmitta, o fermarci quando passavano le macchine.



Ricordo quando i miei genitori mi iscrissero alla scuola calcio. Ero felice perché per me era come se mi avesse comprato una grande squadra, e finalmente avevo dei compagni ed un allenatore.
Il primo giorno mi accompagnò mio nonno, e ricordo che l’allenatore mi chiese in che ruolo volessi giocare. Non sapevo che rispondere, a me importava solo correre, e tirare calci ad un pallone. Per la strada ci sono solo i portieri ed i giocatori, così rispose mio nonno, che con tono orgoglioso disse:

“Questo è un dieci!”

Non avevo idea di che significasse, e una volta finito l’allenamento lo domandai a lui.

“Figlio mio, un dieci è colui che sa già cosa accadrà sul campo, e colui che crea il gioco, quello che fa segnare ai compagni i gol facili, perché segna lui quelli difficili. Non è né un attaccante, né un centrocampista, si muove nel limbo della creazione, perché è colui che trasforma un gioco volgare, dove si usano i piedi, in poesia. Un giorno ti porterò a veder giocare un dieci”.

La notte del 22 giugno 1986, mi trovavo con tutta la mia famiglia davanti alla tv, per vedere la partita dei mondiali del Messico; Argentina – Inghilterra. Questa partita si gioco pochi anni dopo la guerra fra i due paesi, e gli argentini avevano fame di vendetta. Ovviamente io ero solo un bambino, non mi importava nulla di questo, volevo vedere solamente una partita di calcio, e ciò che vidi fu davvero “tutto il calcio”.

La partita fu molto dura, e gli inglesi avevano paura di Maradona, nella seconda parte accadde quello che oggi tutti ricordano come “La mano de Dios”. Maradona, il numero dieci dell’Argentina segnò un gol con la mano, senza che quasi nessuno se ne rendesse conto, poi nell’esultare alzò al cielo quella stessa mano, quasi come una provocazione. Nel calcio, a meno che tu non sia portiere, toccare il pallone con la mano è un delitto capitale, qualcosa di imperdonabile. Per quella mano però non fu così, quella mano fu astuzia, genio, poesia, la mano di Dio. Anche perché dopo pochi minuti, quasi come chiedendo perdono, lo stesso numero dieci segnò il gol più bello di sempre.

Prese la palla a centro campo, percorrendolo interamente, e saltano ogni inglese che incontrò sulla sua strada, ed ultimo il portiere. In campo c’era solo lui, tutti gli altri sembravano comparse. Questo gol lo realizzò toccando undici volte la palla, undici come il numero dei giocatori che compongono una squadra.
Quella notte, fu la prima volta che vidi giocare un numero dieci. Da quel momento decisi che volevo essere come Maradona. Cominciai a sognare che un giorno, anche io avrei fatto qualcosa di indimenticabile, accarezzando il pallone, come se fossi un angelo.

Gli anni passarono, e cominciai a capire che il calcio cominciava ad essere per me qualcosa di più serio, e una sera di ottobre divenne il mio lavoro, quando giocai la mia prima partita di serie A. Non giocavo più per la strada, ma in uno stadio e la gente pagava per vedermi giocare. I primi anni lottai molto per ottenere una maglietta da titolare, poi cominciarono ad arrivare le prime partite con la nazionale. Giocai in tutte le under, fino ad essere titolare nella nazionale dei grandi. La gente mi chiamava, mi fermava per chiedermi un autografo, dicendomi di segnare o di vincere la prossima partita.



Tutto ciò non mi cambio la vita, ovviamente avevo molti soldi, fidanzate bellissime, però in campo rimaneva tutto uguale. Mi divertivo, però una notte quando sbagliai il rigore che impedì alla mia squadra di arrivare in finale, per me cambiò tutto.

Tutti furono comprensivi, aiutandomi e dicendomi che senza i miei gol, non saremmo mai arrivati così in alto. Però mi sentivo male, mi sentivo colpevole, tanto che dopo aver sbagliato nascosi la mia faccia sotto la maglietta, con il numero dieci.

Tutti questi ricordi mi giravano per la testa, quando mi trovai ancora li, per un altro rigore. Questi pensieri mi bloccavano le gambe, guardavo il portiere che mi sembrava un gigante, e la porta sempre più piccola. Vedevo i tifosi avversari che mi insultavano ed intimidivano, cercavo di decidere dove avrei tirato, e sentivo che il portiere mi leggeva nel pensiero.

Mi sentivo immobile, morto, in attesa del castigo e della sconfitta. Poi chiusi gli occhi, e mi ricordai di una vecchia canzone di De Gregori, che diceva:

“Nino non aver paura, ti tirare un calcio di rigore, non è da questi particolari che si giudica un giocatore, un giocatore lo vedi dal coraggio, dall’altruismo, dalla fantasia”.

Questa canzone me la fece ascoltare mio nonno, qualche giorno prima di morire. Sapeva che stavo male quando sbagliai quel maledetto rigore. Lui era malato da molto tempo, però mi disse che vide tutta la partita, e che giocai benissimo, che ero ispirato, e che lui fu molto orgoglioso di me.

“Tu hai fatto tutto ciò che dovevi fare, trascinando la tua squadra, che già da tempo era troppo stanca, e senza le tue giocate la partita sarebbe già terminata da tempo. Vedi, non è un rigore quello che dà il valore di un giocatore, è il modo di giocare, e tu giocasti con genialità, eleganza e poesia, devi essere orgoglioso, e sappilo che io lo sono di te, sia come calciatore, sia come uomo”.

Queste fu il mio ultimo ricordo, poi apì gli occhi, e più tranquillamente fissai il portiere, e subito dopo ascoltai il fischio dell’arbitro, cominciai a correre. Ero leggero, come se il mio numero dieci fosse una coppia di ali di angelo. Mi fermai un istante e tirai mettendo la palla alla destra del portiere.

Quella notte, mio nonno mi vide giocare come un numero dieci! 

Estratto da "Leggende Metropolitane"

viernes, 4 de marzo de 2016

El Cura Borracho



Padre Pepe era el cura de un pequeño pueblo cerca del mar, muy conocido por las vacaciones de verano.

Allí todo el mundo lo conocia, y no solo por la importancía social de su trabajo, sino tambíen porque le gustaba mucho beber. Especìalmente vino tinto, cervezas y tal vez algún licor. Él mismo decìa que el cura es el único trabajo que te permite beber en las horas de servicìo.

Es cierto que es Padre Pepe ayudaba mucho a los jovenes del barrio. No era un pueblo con muchos problemas de criminalidad, pero la ausencía de diversión dirigia a algunos de ellos quizas mas aburrido, a mostrar interés por actividades poco saludables.

Padre Pepe gustaba mucho a los chicos, para los pequeños era el entrenador del equipo de fútbol, y de la niñas de volley. Tipicos ejemplos del espiritu olímpico, dónde lo importante es participar, y ganar sólo una rara opción. Don Pepe tenía siempre una buena palabra para todos y nadíe nunca lo escuchó hablar mal de nadie ó juzgar a lo demas.

El cura poseía cierto nivel cultural y amaba mucho el arte. En casa tenía el “Cristo de San Juan de la Cruz” de Dalí, y Authum Rhythm (number 30) de Pollock. Obviamente, reproducción de la copistería del pueblo. Tambíen le gutaba mucho la música, y sobre todo grupos de rock como Nirvana, Clash y Red Hot Chili Pepper; pero no desdeñaba/descartaba tampoco el hip hop americano de los años noventa.

Es cierto que era un hombre exuberante y un poco raro. Muchos chicos acudían a el para las confesiones, no porque fuesen muy religiosos, sino para escuchar sus consejos, como se hace con un amigo, y el los ayudaba a superar las grandes y pequeñas dificultades de la vida. Cada confesión acababa siempre de la misma manera: “Si no es mucho pedir, al menos reza un Ave María.

Muchas veces pedian a Padre Pepe consejo sentimental. No porque el tuviese mucha experiencia, sino porque de manera indirecta podría dar envidia al mas grande playboy del mundo. Y enseñaba a todos los chicos, lo que el llamaba “la regla del amigo”.

Nunca un hombre tiene que ser demasiado amigo de una mujer, está bien hablar con ella, ayudarla, peró sin convertirse en su “pared del llanto”, si no nunca pasará algo con ella. Si una mujer ve un hombre como amigo, nunca estará predispuesta a algo mas que a una amistad, por miedo de arañar esa “bonita relación”. Esto es, ser protector pero nunca su mejor amigo.

Padre Pepe juntó muchas parejas, con bodas, claro. Peró tambien como novios, con su ayudas y consejos.

Tambíen sus homilias eran inolvidables. Muchos afirmaban que el bebía muchos antes de la misa del domíngo, ó que a lo mejor bebía para esplicarse mejor y no acabar metiendo la pata.

En una homilía dijo que la Virgen era una niña de quince años, sin marido ni novio, y que se quedó embarazada. Los tiempos eran, son y seran y la gente habla mucho, y segun su versión, el pobre José se encontró obligado a casarse con esta niña mucho mas joven que el. Otra vez, intentando de explicar la razón del porqué no todos los ruegos se convierten en verdad, dijo que Jesus no es un distribuidor de coca cola, y quen por consiguiente no es suficiente meter una moneda, para conseguir una lata, o un deseo.

De verdad nadie sabe si el bebía demasiado ante de la misa, lo que es cierto es que la iglesia estaba llena de gente, como nunca antes y el Padre Pepe parecía mas un animador que un cura. Todo el mundo recuerda estas misas/homilías tan divertidas, pero de verdad Don Pepe sabia ser tambien muy punzante, expecialmente contra las habladurías gratuitas, y los chismes.

Seguiendo en tema de chismes; desde mucho tiempo, en el pueblo existía una voz que decía que Padre Pepe habría dejado embarazada una chica de veinte años. Al principio nadie tomó en serío esta voz, pero con el tiempo, mucha gente empezó a creerlo.

La chica en cuestión, no era una gran fiel de la iglesia, y de mucho tiempo no tenia un novio. Su familla es una de la mas conocida, su padre es un abogado y fue para algunos años el alcalde del pueblo, mientras su madre trabajava en casa criando los hijos. Nadie sabe quién empenzo a hablar de esto, se dice que fue un muchacho enamorado de la chica, quien que fue ella misma, que todavia ni niegava ni confirmava.

Esta voz, en el pueblo era siempre más fuerte, y alguna viejas consejarono a la familla de la chica de pedir cita con el obispo, para hablar del tema. Don Pepe ententó de encontrar la muchacha, pero su familla no lo permitió, y al siguiente domingo, con la iglesia llena de gente, nadie olvidó el sermón:

“Sin quererlo, me encuentro obligado a hablar, aqui delante a todos, de un tema persónal. Como todo el mundo sabe, un chisme tocó mi persona, y hasta que sea una conversacón entre gente aburida, la cosa no me importa mucho, pero por cierto, esta cuestión se engordó, hasta llegar a ser muy seria y infamante.
No quiero acusar a nadie, ni defenderme porque lo haré a su tiempo. No puedo olvidarme de mi posición religiosa y lavoral, entonces os pondré en guardia.

No judicar y no será adjudicado

Os recordais estas palabras? No las dijo un cura de un pueblito, estas palabras la dijo Nuestro Señor
Es siempre muy fácial dar un judicío cuando se escucha la gente hablar, cuando no se conozce bien el tema, olvidandose que destras estas charlas hay personas.

Que no parais delante la aparencia. Que buscais siempre la verdad, que la majoria de las veces esta escondida, pero que tarde o temprando saldrá. Y a lo mismo, que no costruien castillo bajo la mentiras. Tienen los minudos contados, porqué cuando cairá la mentiras, cairá tambien el vuestro castillo, chocando a vosotros, y marcando vos como unos mentirosos. La verdad, por cuanto cuestas, es la sola solución. Todos se equivocan, nadie es perfecto, entonces que admitemos nuestros errores, y luego coreigimolos, para madurar, si no será solo tiempo perdido.

Nuestro Señor nos donó la inteligncia, y ademas la libre arbitrariedad. En todo nos podemos eligir. Pero la libertad reclama maturadez. Porque si lo que eligimos no es corecto, tendremos que pagar las consecuencias, con los demas, y mas de todos con nuestra cociencía. Eligeis, y si vos equivocais, aprendeis de vuestro error, hasta no cometirlo más en futuro. Y ademas no escondeis, detras una religión ó un Díos, que es solo la voz de vuestros errores. Que no marcaís lo demás como pecador, porqué no son como vosotros quereis. No es Diós que lo pide, es la vuestra verguenza, y el Señor es capaz de hablar, sin vuestra ayuda, lo hico para siglos sin hecharvos de menos. Aceptais que los demas pueden tener otras ideas, o otra vida, y si quiereis ayudarlos, hablais, como consejos. Nadie puede impedir que un otra persona se equivoque. la libre arbitrariedad vale tanto para vosotros, que para lo demas. Porque si hay siempre alguien que nos ayuda, nunca aprendermos. Esto es el amor, sin liberta el amor no existe.

Todo lo bien, y el amor que vos donair, volverá atras de la misma medida. Quizas con otra persona, quizas con otro tema, pero volverá. Que os lo recordais.

Quizas, alguien hoy se he dado cuenta que pués que el borracho, no es este cura, si no alguíen que he perdido su camino. Esta es una oportunidad, para coregirlo.”

Despues este sarmón la gente salió de la Iglesia, con una rara sensación. Alguien entendió perfectamente las parabras de Don Pepe, otros aprovecharon de la dureza de su sarmón para atacarlo más a las autoridad eclesiásticas.

Despúes algun més, el Obismo, no encontró ninguna prueva sobre la paternidad del cura, pero lo envió en un monasterio oficialmente para reflejar, la verdad era que queria que los chismes se callaron. Despúes un años Padre Pepe fue enviado en un pueblo de montaña, que lo acogó como su nuevo cura. Algunos mes ante, nació Téresa, y fue claro que el padre era un hombre de 45 años, que tenía una relación secreta con la chica, sin que ni su mujer, ni su hija sabian nada. Porqué la Madre de Teresa era la mejor amiga, de la hija de su padre.

Desde “Leyendas Urbanas”.

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lunes, 29 de febrero de 2016

El Leon y el serpiente


Nací en el 77, Sol en Leo,
Año de la serpiente.

En el pecho lo tengo tatuado
Recuerdo de la gente reptante,
que he encontrado.

Escribir me tranquiliza,
Camino por las calles,
y en los ojos tengo un brillo.

Creo en el amor y la amistad,
Que para cumplirse
Necesitan sinceridad.

Y si me han traicionado, sigo mi camino,
Miro adelante, pero no olvido.

Busco en la cara de la gente,
Algo íntimo ó en sus ojos a quien miente.

Lo que dejo es verdadero,
Una sonrisa, una mirada,
una palabra, un “Hasta luego”.

Mentira y violencia me hacen encabronar,
Soy un Leo, no lo puedes olvidar.

Mi fuerza no está en las armas o las manos,
mas fuerte es la palabra, que uso a diario.

Que te queda con la espalda a la pared,
Esto es mucho más fuerte, no te lo crees?

Como un niño tengo sueños,
Pero soy un hombre libre,
Soy yo mi dueño.

Lo que te digo, lo puedo escribir.
Porque es cierto,
Que mi promesas la voy a cumplir.

Porque los cojones, no son un cuadro en la pared,
Como para los hombres de papel.

Leyendas urbanas voy a contar
Para entretener y pensar,
Y quizás algunos momentos
para descansar.

Todo lo que digo,
Lo he soñado y lo he visto,
Y lo pongo por escrito

Aquí a continuación
Paso y cierro
la comunicación.